Pillola numero cinque -Il downcycling e l’ecodesign

Pillola numero cinque -Il downcycling e l’ecodesign

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Il processo di riciclo dei rifiuti genera dei prodotti inevitabilmente soggetti ad un certo grado di downcycling. Il downcycling lo si potrebbe tradurre in “de-ciclaggio” oppure “sotto-ciclaggio”. Prendiamo per esempio il caso dell’acciaio che è una lega a base di ferro che, normalmente, contiene molti altri elementi diversi a seconda della qualità e dell’applicazione: cromo, molibdeno, vanadio, tungsteno e altri. Se si rifondono diversi tipi di acciaio insieme, il risultato è una lega con una composizione che è una media di quella degli acciai di partenza. Il risultato finale è quindi un acciaio di minor qualità rispetto all’acciaio “vergine”: in questo consiste l’inevitabile downcycling del riciclo.

Lo stesso procedimento si realizza per altri materiali come per la plastica, della quale ci sono tanti tipi diversi e che, mischiati insieme e rifusi, danno origine a un prodotto con caratteristiche meccaniche inferiori. Ci si possono fare prodotti che non richiedono sistemi di lavorazione molto complessi e destinati a campi di applicazione funzionali e poco estetici: cassette della frutta, sacchetti per la raccolta differenziata, film per imballaggi industriali.

Si può ottenere una buona plastica riciclata soltanto facendo molta attenzione all’omogeneità e la pulizia dei rifiuti che si vanno a riciclare. Nel caso del PET riciclato, il processo di selezione e riciclo dovrà rispettare standard molto elevati per poter riutilizzarlo nella produzione di altri imballaggi quali vaschette o altri manufatti rispettosi di elevati canoni di trasparenza, durata e conservazione. In assenza del rispetto di tali criteri, il PET che ne deriverà dal processo di riciclo avrà poche applicazioni per essere ritrasformato.

Se ci riferiamo alla plastica, per raggiungere percentuali di riciclaggio sempre più alte, mantenendo un costo energetico ragionevole, si deve procedere a selezionare con estrema cura i rifiuti alla fonte. Se le istituzioni vogliono, come sembra, “pilotare” l’opinione pubblica verso il raggiungimento di percentuali di riciclo sempre più elevate, questa promessa deve essere poi supportata dalla realtà dei fatti. Se così stanno le cose e se quindi un prodotto riciclato è appetibile dal mercato dei prodotti finali solo se realizzato con rifiuti di ottima qualità dipendenti dalla selezione dei rifiuti alla fonte, non si spiega perché a livello normativo non siano ancora stati introdotti dei criteri ufficiali per la produzione di un manufatto o di un imballaggio. Sul mercato, infatti, la maggior parte degli imballaggi di vendita di plastica non sono riciclabili perché prodotti con più tipologie di plastiche assieme e spesso incompatibili tra loro all’interno dello stesso processo di riciclo. La maggioranza degli imballaggi di plastica dei nostri rifiuti urbani, in questo modo viene inviata a recupero energetico e non a riciclo meccanico. Questo ricorso all’incenerimento, crea un “vuoto” di materia. Ossia se i rifiuti plastici vengono bruciati per produrre energia, in quanto non riciclabili, i materiali che sono presenti all’interno di ogni chilogrammo di rifiuto si volatilizzano, ricorrendo quindi all’immissione di altri materiali “vergini” nella produzione di nuovi imballaggi o manufatti per riuscire a colmare quella mancanza di materiale plastico richiedente dal mercato.

Il downcycling, dunque, in presenza di imballaggi di plastica prodotti seguendo logiche esclusivamente di marketing e non ambientali, aumenta disincentivando gli operatori del settore a riciclare i nostri rifiuti. Per soccombere a questo grave problema tutta l’industria sta cercando di sviluppare processi “chiusi” che vedano il produttore non soltanto impegnato a fornire un certo prodotto, ma anche a recuperarlo e riutilizzarne i costituenti alla fine della sua vita operativa. E’ un processo che delle volte viene chiamato “dalla culla alla culla”.

Il processo appena descritto, però, è applicabile solo per i rifiuti speciali, ossia quelli industriali, settore in cui i rifiuti di plastica sono facilmente individuabili dalle aziende che li producono. Un’azienda, infatti, produce rifiuti da imballaggio per le proprie merci e li seleziona per venderli ad un prezzo più elevato ad aziende specializzate che raccolgono questi rifiuti e, attraverso un procedimento di selezione e pressatura, conferiscono agli impianti di riciclo i rifiuti di plastica in partite omogenee e non contaminati da altre sostanze.

Questo procedimento non può essere invece replicato nel caso dei rifiuti di plastica urbani per una serie di fattori: primo, all’interno del bidone della raccolta differenziata troviamo un’infinità di plastiche che si contaminano tra loro; secondo, attualmente non sono consentiti altri sistemi di gestione alternativi e più efficienti.

Proviamo a proporre una soluzione a vantaggio sia dell’economia (senza tornaconto economico nessuno si appresterebbe a riciclare rifiuti) che dell’ambiente: liberalizzare il settore della gestione di quei rifiuti urbani facilmente individuabili da tutti i cittadini. Creare una lista di rifiuti di plastica che il cittadino produce e seleziona autonomamente, come fanno le aziende private nel caso dei rifiuti speciali, e da cui trova un diretto ritorno economico attraverso il conferimento di quei rifiuti in piattaforme o isole ecologiche create ad hoc come nel caso delle bottiglie di plastica. Lo stesso procedimento potrebbe essere applicato per flaconi, sacchetti lacerati, film che racchiudono le bottiglie di acqua minerale e molto altro.

La più accurata raccolta effettuata dal cittadino per un suo tornaconto economico e ambientale consentirebbe la maggior disponibilità di rifiuti che altrimenti andrebbero destinati ad inceneritore in quanto contaminati. Questa maggiore disponibilità di rifiuti di alta qualità porterebbe a livelli inferiori il downcycling con la realizzazione di prodotti sempre più appetibili per il mercato e ad una maggiore convenienza nel riciclare i rifiuti di plastica da parte dei riciclatori. In questo modo aumenterebbero i quantitativi di riciclo, nella realtà, e non solo nelle parole.

Fonti:
-La Terra svuotata, a cura di Ugo Bardi, pagg. 101 – 103;
-Adnkronos.com

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